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Seconda puntata

Lunedì 28 maggio alle 21.30

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    In un silenzio gravido di paura gli atleti vengono pestati a sangue. Intanto Kasia è al comando della Gestapo con l’accusa di aver protetto un ebreo. La interrogano fino allo sfinimento, chiedendole conto anche della sparizione del suo ex fidanzato. Ma lei tiene duro, vuole restare in vita e libera per ritrovare Joel, che le è stato sottratto. L’uomo che la interroga è disposto a lasciarla andare se lei cede alle sue avances: nessun prezzo è ormai troppo alto pur di ritrovare Joel e Kasia, nonostante l’orrore, cede. Ma poi l’uomo non mantiene la promessa: libera lei, ma non Joel che così resta nelle mani dei tedeschi.
    Kasia torna a casa scioccata, piena di sensi di colpa. E con un pensiero fisso: ritrovare il bambino. Kasia scopre che Joel è internato in un campo di transito, attiguo allo Stalag di Mario. Un ex stadio trasformato in campo di concentramento, dove i tedeschi ammassano antinazisti, ebrei e zingari prima di portarli a morire nei campi di sterminio. Sapendo la fine a cui è destinato il bambino, Kasia esce quasi di senno. E prende la terribile decisione di consegnarsi di nuovo alla Gestapo. Vuole raggiungere Joel, stare con lui. Non può abbandonarlo. Ormai è suo figlio.
    In un ultimo, drammatico incontro Kasia informa Mario di quanto è in procinto di fare. Lui non riesce a fermarla. E’ disperato. Dopo Joel, perderà anche quella che ormai è la donna della sua vita.
    Intanto, nello Stalag, Weber ha maturato un’idea a suo dire grandiosa: lasciare che i prigionieri disputino le gare che hanno preparato. Ma non di nascosto e, soprattutto, con la partecipazione della squadra tedesca. Quelle gare dovutamente propagandate, e naturalmente vinte dalla Germania, passerebbero alla storia come le XIII Olimpiadi, quelle che il Cio ha annullato per via della guerra. Sarebbero un dono per il Fuher, alzerebbero il morale alle truppe e per Weber rappresenterebbero una rivincita contro quelli che nel Reich gli hanno troncato la carriera. Sa già dove farle svolgere: nel vecchio stadio accanto allo Stalag che temporaneamente è stato adibito a campo di transito…
    La proposta, fatta ai prigionieri, viene discussa animatamente dal consiglio dei rappresentanti. C’è chi ne vede soprattutto i vantaggi: si avrebbe la possibilità di mangiare di più e di lavorare di meno. Ma i più sono contrari, argomentano che non si può gareggiare con chi li affama, li maltratta e calpesta ogni giorno la loro dignità.
    Intanto Mario disperato per aver perso Kasia e Joel, viene contattato dai membri della Resistenza i quali suggeriscono che le Olimpiadi possano essere usate per distrarre i tedeschi e far fuggire le donne e i bambini prigionieri al campo di transito. Mario si precipita ad informare Alex della proposta e l’inglese è immediatamente favorevole. Salveranno vite umane, sarà la loro battaglia contro i tedeschi, il loro contributo ad accelerare la fine del Reich. I suoi argomenti sono forti dunque, la bilancia propende rapidamente per il sì. Solo uno, alla fine, esprime il pensiero di tutti. E cioè che è terribile, dopo tutto quello che hanno passato, fare le loro olimpiadi per veder vincere i tedeschi. Ma Alex ribatte: nelle condizioni in cui sono, basterà che uno solo di loro vinca una gara perché tutti vincano le Olimpiadi. Weber pretende solo una cosa: che la quinta e ultima gara sia un incontro di pugilato. E annuncia che lui stesso salirà sul ring. Si forma una specie di comitato olimpico con a capo Alex. Si scelgono gli atleti in base alle discipline. Anche Mario vuole partecipare. Gareggerà nella corsa. Cominciano gli allenamenti. Gli atleti ce la mettono tutta per battersi almeno alla pari coi tedeschi. Lentamente cominciano a comportarsi come se facessero parte di un’unica squadra sovranazionale. Una sorta di resto del mondo contro la Germania.
    Ma una brutta notte tutto precipita. I guardiani irrompono nelle baracche gridando che è scappato un uomo. Partono le ricerche, ma sono inutili. E allora il terrore cala sulla Stalag. Perché la regola di Weber è chiara: per ogni uomo fuggito ne verranno fucilati dieci. Viene fatta la decimazione. Ma ecco che si fa avanti Alex e chiede di prendere il posto di un giovane uomo che ha appena avuto un figlio. Lo scambio viene accettato e Alex muore da eroe. Ma prima lascia il testimone del comando a Mario. Sa che può farcela. In lui fin dall’inizio ha visto qualcosa di più delle apparenze.
    Il giorno delle Olimpiadi Weber siede tronfio nel palco d’onore insieme al ministro dello sport. Le tribune sono gremite, e c’è anche un settore destinato ai prigionieri. I nostri sanno di avere poche chance: la squadra tedesca, compatta e organizzata, mette timore solo a guardarla. Ma si impegneranno allo spasimo per portare a casa qualcosa. Consapevoli che dietro le baracche si sta giocando un’altra partita. Ben più vitale. Una dopo l’altra si dipanano le gare. Straordinariamente, e attuando un accorto gioco di squadra, i nostri riescono a vincerne due su quattro. Weber schiuma rabbia: non pensava sarebbe andata in questo modo, non è questo che ha promesso al ministro. Ma ora tocca a lui, e deve vincere assolutamente. Mentre si appronta l’ultima gara, superando lo sbarramento dei guardiani, Mario riesce a raggiungere l’altra parte del campo per dare un ultimo saluto a Kasia e Joel. Parecchi reclusi sono già fuori del campo, ma uno dei camion predisposti per la fuga è in ritardo. I partigiani hanno bisogno di altro tempo, chiedono di fare in modo che l’ultima gara duri il più a lungo possibile. Mario si rende conto che ha la possibilità di scappare anche lui. Ma se lo facesse, dieci dei suoi compagni morirebbero. E così rinuncia. Torna dai suoi compagni, per scoprire che un guardiano ha rotto due dita al pugile russo. Un ignobile espediente di Weber per essere sicuro di vincere. La situazione è critica, conciato in quel modo il russo non potrà resistere molto. Mario sa che è in ballo la salvezza di Kasia e non si tira indietro.
    Sarà lui a salire sul ring. A combattere con Weber. E che Dio gliela mandi buona.
    Comincia l’incontro, un round dopo l’altro. Il tedesco pesta come un maglio, Mario è una maschera di sangue, traballa, va al tappeto, ma ogni volta si rialza. E’ un osso duro e Weber comincia a preoccuparsi, vuole una vittoria eclatante, per KO. E così, in un corpo a corpo, sibila all’orecchio di Mario una minaccia: deve gettare la spugna, o il prezzo sarà la sua vita. Mario oscilla, si appoggia alle corde, gli occhi gli roteano, le gambe si piegano. Poi, liberatorio, arriva il gong. E finalmente arriva quel benedetto segnale della Resistenza. E’ fatta, i prigionieri sono scappati, Kasia e Joel sono liberi. Mario può gettare la spugna. E in effetti sta per farlo. Ma poi si guarda intorno, vede i suoi compagni infervorati, sente le loro voci che lo incitano, che tifano per lui. Mario sospira. Sa che il prezzo della sua vittoria sarebbe molto alto ma sa anche che vincere quella gara vuol dire riaffermare la dignità di ogni essere umano contro la barbarie nazista. E allora, al gong, raccoglie le sue ultime energie. Va in mezzo al ring. E vince.

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